CAMPAGNA DELLE NAZIONI UNITE: - "CHILDREN NOT SOLDIERS"

11.03.2014 15:32

La Rappresentante Speciale ONU per i minori nei conflitti armati e l’UNICEF presentano la campagna “Bambini, non soldati”

Stop agli arruolamenti di minori nelle forze armate entro il 2016

 

6 marzo 2014 – La Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU per i minori nei conflitti armati, Leila Zerrougui, e il Direttore generale dell’UNICEF Anthony Lake, presentano oggi a New York una nuova iniziativa che mira a porre fine entro il 2016 all’arruolamento e all’impiego dei minorenni nelle forze armate regolari impegnate in conflitti.

 «C’è un consenso diffuso tra gli Stati sul fatto che nessun bambino dovrebbe essere reclutato o impegnato in guerra da un esercito governativo», afferma la Rappresentante ONU presentando la campagna, dal titolo‘Children, not Soldiers’ (Bambini, non soldati). «È giunto il momento che il mondo sia unito nel mettere la parola fine al reclutamento dei minori da parte delle forze di sicurezza nazionali»

Nel mondo, sono migliaia i ragazzi e le ragazze arruolate negli eserciti governativi e nelle milizie delle forze di opposizione. Svolgono mansioni di combattenti, cuochi, portatori, messaggeri o altro ancora, fra cui – di norma le ragazze, ma a volte anche i maschi – quello di schiavi sessuali.

«Questo fenomeno deve cessare una volta per tutte» ribadisce il Direttore UNICEF Lake. «La campagna ‘Bambini, non soldati’ può dare a questo problema la visibilità e l’attenzione che merita. Quando aiutiamo un ex bambino soldato a superare la sua terribile esperienza e a preparare il suo avvenire, noi facciamo molto più che riparare una vita spezzata. Noi cominciamo a curare le ferite di una nazione dilaniata dalla guerra.»

Le parti in lotta che impiegano minorenni sono elencate negli annessi del Rapporto su minori e conflitti armati, reso pubblico ogni anno dal Segretario Generale dell’ONU.

10 anni fa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva chiesto formalmente a tutti i soggetti coinvolti di concordare un piano d’azione con scadenze precise, per porre fine a questo triste fenomeno. Tale meccanismo era inteso anche come una possibilità, per i governi disposti a cooperare, di ricevere dall’ONU l’assistenza necessaria per tradurre tali impegni in realtà.

Attualmente, forze armate nazionali di 8 Stati prevedono il reclutamento e l’impiego di bambini. Nell’ultimo triennio, 6 di questi paesi hanno sottoscritto con l’ONU appositi Piani di azione: Afghanistan e Ciad (nel 2011), Sud Sudan, Myanmar, Somalia e Repubblica Democratica del Congo nel 2012. Altri due – Sudan e Yemen – hanno manifestato la volontà di cessare il reclutamento e hanno avviato un dialogo con l’ONU.

Di qui al 2016, l’UNICEF, l’ufficio della Rappresentante Speciale, l’ONU e le ONG partner raddoppieranno il proprio impegno per accompagnare gli 8 Stati nel processo di smobilitazione e reinserimento alla vita civile dei minori reclutati e per attuare misure di prevenzione del fenomeno.

L’assistenza consisterà in consulenza tecnica ma anche nel fornire risorse aggiuntive per la realizzazione di tali misure.

Parallelamente a questo impegno a fianco degli Stati, l’ONU continuerà a lavorare sul fronte delle gravi violazioni perpetrate da milizie irregolari.

La campagna ‘Children, Not Soldiers’ viene lanciata oggi pomeriggio (h. 16 ora di New York) presso la sede dell’ONU, nel corso di una cerimonia organizzata dal Ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn. Da gennaio 2013, il Lussemburgo ha assunto la presidenza del Gruppo di lavoro su minori e conflitti armati istituito dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con un mandato biennale.

«Quando sono costretti a prendere parte alle ostilità, i bambini subiscono la violazione dei loro fondamentali diritti: alla vita, alla salute, all’istruzione, alla tutela dalla violenza fisica e psicologica», sottolinea il ministro Asselborn.

«Il nostro obiettivo comune è di assicurare che questi Stati riescano a tradurre in azioni concrete gli impegni presi» conclude Leila Zerrougui. «Adesso occorre il sostegno di tutta la comunità internazionale, delle organizzazioni regionali e dell’intero sistema delle Nazioni Unite, per garantire che risorse e competenze adeguate siano messe a disposizione per raggiungere i nostri obiettivi.»