L’ ONDA ROSA CHE MUOVE L’ AFRICA E IL MONDO - di G. Pagano

16.03.2012 12:28

E’ stato un 8 marzo silenzioso. Lo scorso anno l’urlo più potente di rivolta contro lo stato di cose esistenti era stato quello delle donne di “Se non ora quando”, che segnò l’inizio della fine del premier Berlusconi. L’Italia è molto cambiata, ma la questione di genere non è più all’attenzione del dibattito pubblico e nemmeno del nuovo Governo. A un secolo dall’incendio della fabbrica di camicie newyorkese in cui morirono 146 operai, di cui 129 donne, che divenne il mito fondativo della giornata della donna, cinque donne sono morte nel crollo di un laboratorio di confezioni a Barletta, dove lavoravano in nero a 4 euro l’ora. Ma il tema della tutela delle lavoratrici non è certo al centro dell’agenda. La crisi è drammatica, e per ridare prospettive all’Italia le richieste avanzate dalle donne su lavoro, maternità, servizi, cioè su un mercato del lavoro e su un welfare a loro misura, sono essenziali. Alcune economiste e sociologhe hanno formulato la proposta di un “pink new deal” che dimostra come l’investimento in servizi e infrastrutture sociali non aiuterebbe solo le donne, ma costituirebbe un importante volano per l’economia e l’occupazione. Eppure di queste cose non si parla più, ora è il tempo dell’articolo 18. Intanto, però, c’è stata una riforma delle pensioni che ha tolto alle donne l’unica tutela a loro vantaggio, senza che sia aumentata la loro sicurezza sul mercato del lavoro. 

E tuttavia questo 8 marzo silenzioso non deve farci perdere di vista il fatto che, in molte altre parti del mondo, la ribellione e la passione per la libertà parlano attraverso voci e storie femminili. L’8 marzo 2011, nel pieno della rivolta egiziana, un corteo di mille donne si avviò verso piazza Tahir, per celebrare la festa dei loro diritti. Fu l’inizio di un protagonismo femminile che da allora vede le donne, con i loro volti non sempre velati, presenze potenti e coraggiose delle rivoluzioni arabe. In Africa le donne sono la spina dorsale, della famiglia come dell’attività economica, sociale e politica. La campagna per assegnare il Premio Nobel per la pace nel 2011 alle donne africane aveva il significato di far conoscere e valorizzare questo impegno, e ha comunque raggiunto il suo obbiettivo con il Premio a tre straordinarie costruttrici di pace: la Presidentessa della Liberia, un’attivista liberiana dei diritti civili e una giornalista yemenita dell’associazione “Giornaliste senza catene”.

Abbiamo davvero tanto da imparare dall’Africa e tantissimo dalle africane. E molto da dare. Spezia e la Liguria possono fare la loro parte? Certamente sì. Solo qualche esempio. Le Fondazioni bancarie Cariparo, Cariverona, Cariplo e Compagnia di San Paolo hanno stanziato 4 milioni di euro per sostenere il progetto “Prima le mamme e i bambini”, che mira  a garantire l’accesso gratuito al parto sicuro e la cura dei loro neonati a 125.000 donne nei prossimi 5 anni in 4 Paesi africani: Angola, dove la mortalità materna è di 14 donne su mille, Tanzania e Etiopia, (7 per mille), Uganda (5 per mille). “Dobbiamo riformulare la scala dei nostri valori e fare sempre di più per l’Africa e le donne africane”, hanno detto i Presidenti delle Fondazioni. Le Fondazioni liguri non dovrebbero essere da meno. I progetti possibili sono tanti: si pensi agli aiuti economici e all’informazione per fermare la mutilazione genitale femminile (8.000 casi al giorno).

Il problema è più generale: tutta la classe dirigente ligure, dalla Regione ai Comuni, dalle Fondazioni all’imprenditoria, dovrebbe dare centralità alle relazioni internazionali, euromediterranee ed euroafricane in primis, perché rappresentano un’insostituibile chance di crescita economica reciproca, di investimento sociale e di scambio culturale. Va superata una carenza non solo di finanziamenti ma soprattutto di visione e di sinergie. Va costruito uno spazio in grado di elaborare un’idea strategica e di coordinare energie e risorse. Per dirla con le donne: se non ora quando?