LA LEGGENDA DELL’ISOLA DEL LIBERO AMORE - di Giorgio Pagano

03.08.2015 11:36

Chi sono e come vivono i saotomensi, e in particolare gli abitanti del Distretto di Lembà, quello in cui opero? Vediamo, intanto, i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, che risalgono al 2012. La popolazione residente ammonta a 14.676 unità: 7.579 uomini e 7.097 donne. 10.000 circa vivono in ambito urbano, 4.500 circa in ambito rurale. E’ una popolazione giovanissima: le fasce d’età più numerose sono quelle 0-4 anni, poi 5-9, 10-14, 15-19 e così via a calare. Insomma, tutto il contrario che da noi: i residenti da 0 a 34 anni -quelli che noi definiamo “giovani”- sono ben 11.370, tutti gli altri insieme superano di poco i 3.000. Il livello di alfabetizzazione è abbastanza buono: su 12.184 residenti di età superiore ai 5 anni, 9.694 sanno leggere e scrivere, 2.490 no. Questi ultimi sono anziani ma non solo (ci sono anche quote significative di bambini e ragazzi), e in percentuale sono più presenti in ambito rurale. Tra i 13.210 di età superiore ai 3 anni quelli che non hanno mai frequentato una scuola sono 2.252. Gli altri hanno frequentato soprattutto la scuola di base (8.110), 1.870 quella secondaria, 850 la prescolare, 8 il tecnico/professionale, 10 la superiore (Università), 67 i corsi di alfabetizzazione, 43 quelli di educazione di giovani e adulti. La situazione è in via di miglioramento: tra i 5.339 studenti attuali 2.876 frequentano la scuola di base, 1.028 quella secondaria, 816 la prescolare, 364 i corsi per giovani e adulti, 288 quelli di alfabetizzazione, 35 il tecnico/professionale, 22 la superiore. I laureati a oggi sono 7. Questi i dati riguardanti il lavoro: su 9.931 residenti sopra i 10 anni 4.654 sono occupati, 624 disoccupati, 4.653 inattivi (quest’ultimo dato riguarda soprattutto le donne: si tratta infatti di studenti e di casalinghe, pochi i pensionati). Quasi la metà degli occupati lavora nell’agricoltura, nella pesca e nella foresta, gli altri nei servizi e nell’industria/artigianato. 377 occupati lavorano per altri con un contratto, 1.395 per altri senza un contratto, 2.375 sono lavoratori per conto proprio, 319 sono lavoratori familiari non remunerati, gli altri sono impiegati nella pubblica amministrazione e  nelle forze armate. E lo stato civile? I dati sono sorprendenti: su 9.165 residenti sopra i 12 anni 8.864 non sono sposati, lo sono solamente 261. Ma le unioni di fatto sono ben 4.362. Le famiglie sono 3.505, in 2.526 il responsabile è un uomo, in 979 una donna. Sono famiglie numerose: 520 sono composte da una persona, 403 da due, 515 da tre, 592 da quattro, 544 da cinque, 397 da sei, 269 da 7. I 3491 alloggi hanno in gran parte o una stanza per dormire (1.590) o due stanze (1.402). 2.528 alloggi sono di proprietà di chi ci abita, 280 sono in affitto, 680 in uso gratuito. La grande maggioranza è costruita in legno, con copertura in zinco. L’acqua da bere proviene in gran parte dalla rete pubblica, incluse le fontane. Il bagno in casa non c’è in 2.228 alloggi. In 2.328 casi l’immondizia viene gettata in un terreno incolto, la Camara Distrital provvede in 857 casi, quasi tutti in ambito urbano. In 2.416 alloggi il combustibile usato per cucinare è la legna, seguita dal carbone (582). La maggioranza degli alloggi non ha energia elettrica, né radio e televisione. Il telefono fisso praticamente non esiste, il cellulare è usato in 1799 alloggi (contro 1.692 che non lo possiedono). Quasi nessuno ha il computer, l’aria condizionata, la lavatrice e l’automobile, solo una minoranza ha il ventilatore e il frigorifero. Le persone vivono con i figli (6.916 casi), con il coniuge o compagno (2.236 casi), con i nipoti e bisnipoti (966 casi). Le 3.505 famiglie sono in maggioranza nucleari (1.429 casi) o composte da una persona sola (520 casi).

Fin qui le statistiche, che ci dicono molto della vita degli abitanti del Distretto di Lembà. Ora, nell’ambito del nostro progetto, stiamo distribuendo un questionario in tutte le realtà urbane e in tutti i villaggi: presto avremo un quadro ancora più esaustivo. Posso solo aggiungere qualche impressione sui modi di vivere in quella che è diventata la “mia” isola.

Direi intanto che i saotomensi sono molto gentili: sorridono e salutano quasi sempre. Sia quando cammino a piedi, sia quando passo a bordo del nostro pick up nelle loro strade o sentieri. Quando ci si incontra si usa “olà”, il nostro “ciao” si usa solo per accomiatarsi. Questo con i bambini e i ragazzi. Con gli adulti si usa il “bom dia”, fino elle 12, il “boa tarde”, fino alle 16, e poi il “boa noite” (all’Equatore il sole tramonta verso le 17, diventa presto buio). In generale i saotomensi hanno bei corpi, sia gli uomini che le donne: sono gli eredi di una selezione antica, che mirava a deportare nell’isola come schiavi gli africani più forti, provenienti dai Paesi vicini, dall’Angola a Capo Verde. E’ una popolazione creola, frutto di molte razze incrociate. Hanno i capelli ricci, che gli uomini portano molto corti. Le donne con i ricci sono rarissime: la ragazza della foto in basso è davvero un’eccezione. Tutte le altre tagliano i capelli e, o con i propri capelli o con l’aggiunta di extension, si fanno fare una pettinatura composta da treccine dalle fogge più diverse. Fin da bambine, come si può vedere nella foto in alto. Alcune pettinature sono dei veri prodotti artistici, frutto di ore e ore di lavoro da parte delle parrucchiere. In ogni villaggio c’è un “salao de beleza”, nei posti più piccoli c’è comunque una donna che, sull’uscio di casa, pettina le altre. Le ragazze e le donne giovani portano per lo più vestiti occidentali: jeans, gonne, abiti corti, bermuda, magliette, canottiere… Le donne tengono parecchio all’eleganza, gli uomini meno, se la cavano con bermuda e magliette. Hanno spesso le magliette dei principali partiti (Mlstp-Psd e Adi): un giorno una, un giorno l’altra, mi spiega un amico saotomense. E naturalmente le magliette dei calciatori: soprattutto portoghesi (il Benfica è una squadra molto amata) e brasiliani. L’unico calciatore europeo non portoghese di cui ho visto, con enorme soddisfazione, la maglietta indossata da un ragazzo è Alessandro Del Piero: non ho ancora visto, invece, una maglietta di Lionel Messi, cosa che faccio notare sempre a Pol, il catalano tifoso del Barcellona membro della nostra equipe, che ovviamente mi rimarca di rimando che comunque la Champions League l’ha vinta il Barça, non la mia Juve.

Le ragazze e le donne, sia pure eleganti e ben pettinate, non stanno con le mani in mano, anzi. Quelle che non lavorano in realtà non sono affatto “inattive”, per dirla con l’Istituto di Statistica: sono casalinghe che governano la casa, preparano da mangiare, lavano i panni nei fiumi, vendono banane o fruta pao nei banchetti sui cigli delle strade (alla domenica vendono il dolce tipico, il budino di cocco). Sono sempre in movimento, e possiedono l’arte di portare pesi notevoli sulla testa: all’aeroporto le donne del popolo portano sulla testa pure la valigia! E poi svolgono il compito più importante: si occupano dei figli, portandoseli dietro alla maniera africana. Il loro “portabambini” è un rettangolo di tessuto legato con due nodi sul davanti, che permette di portare sulla schiena il bambino, a partire dal momento in cui tiene su la testa. Lo sanno fare con grande naturalezza, fin da bambine, quando portano i fratellini. Qualche domenica fa siamo andati nelle spiagge tra Neves e Sao Tomè, Lagoa Azul e Praia dos Tamarindos, e poi a mangiare il pesce nel villaggio di Micolò, in una piccola trattoria: la cuoca-cameriera ha cucinato e servito in tavola con il bambino sulla schiena, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Tra l’altro i bambini africani non piangono mai: forse perché così legati alla madre si sentono ancora imbozzolati nell’utero, chissà… A proposito delle spiagge: al sabato e alla domenica i ragazzi e le ragazze ci vanno, e fanno il bagno. Gli adulti no: quei pochi stanno all’ombra degli alberi, delle palme o dei tamarindi, e fanno il picnic.

Le ragazze fanno figli già a 13-14 anni. Dall’Indipendenza a oggi la popolazione di Sao Tomè e Principe è raddoppiata: la media è di sei figli per donna. Sono troppi, dicono in molti. Certo, ma è anche un segno di speranza verso la vita e il futuro. Ho appena letto che nel nostro Sud le nascite sono scese al minimo storico: per una società come quella meridionale, legata ai valori della civiltà contadina e della famiglia patriarcale, questo è il sintomo più evidente di un ripiegamento su se stessa: non c’è speranza, c’è chiusura verso la vita e il futuro. Ma il problema di Sao Tomè non è solo quello che si fanno troppi figli. Abbiamo visto i dati: ci si sposa poco. Molti uomini hanno una o più amanti. La matematica vuole, ovviamente, che anche molte donne abbiano amanti. Negli anni Settanta, in Europa, era sorta la leggenda di Sao Tomè come “isola del libero amore”:  una “leggenda metropolitana”. In realtà, ieri come oggi, c’era e c’è solamente una certa libertà, che forse è tipica dei popoli che hanno conosciuto in passato una grave mancanza di libertà. Anzi, in questo caso parliamo di persone che sono state schiave per secoli, fino a quarant’anni fa. Anche in Italia, quando non c’era la libertà, non si pensava forse all’amore? La stessa storia della nostra canzone popolare lo dimostra: è una canzone d’amore, prima ancora che di lotta o di protesta. Non si tratta, quindi, di giudicare. Da che pulpito, poi? Anche qui l’unico italiano che conoscono, a parte i calciatori, è Silvio Berlusconi, e non certo per i suoi atti di governo… Certo è che, in una situazione di libertà di godimento, c’è qualcuno che se la gode più di tutti: gli uomini. Le donne pagano questa libertà perché a loro spetta tenere i figli, anche quando sono di padri diversi. La famiglia è quindi  “larga”, debole, con pochi vincoli, e in una situazione di grande povertà non costituisce un forte anticorpo. Il problema è la debolezza della coesione sociale del Paese, di cui la debolezza della famiglia è parte. Non si tratta di “imporre” in un altro contesto sociale e culturale la nostra concezione della famiglia, del resto in crisi anche da noi, ma di impegnarsi per una maggiore coesione sociale, per una concezione della vita meno individualistica e più comunitaria, per un maggior rispetto verso le donne, e verso i figli. Un ruolo centrale, è chiaro, deve svolgerlo l’educazione.

A volte, visitando i villaggi abitati da contadini poverissimi, mi viene da pensare che in fondo queste persone sono felici: prima non stavano meglio, erano schiavi. Lo penso quando mi sorridono, quando vedo i ragazzi giocare a calcio nelle strade, quando ascolto le canzoni d’amore che cantano le ragazze che stanno in cucina o  fanno le pulizie a Mucumblì, l’agriturismo dove vivo. Altre volte penso all’effetto che stanno avendo la televisione, i cellulari e i computer (dal 2012, data del censimento, a oggi, il numero delle persone che possiedono questi mezzi è cresciuto):  le persone sono sempre più consapevoli della disparità nei diritti umani e nella distribuzione delle risorse nel mondo globale. Questo le spinge a farsi avanti, a studiare, a lottare… ma può spingerle anche a sperimentare rimedi illusori, dalla prostituzione per guadagnare alla droga per evadere, come purtroppo sta avvenendo. Detto questo, penso che i saotomensi abbiano la forza per reagire bene alla “povertà spirituale” di cui ha parlato -ne ho scritto domenica scorsa- Fernanda Pontifice, rettore dell’Università: la forza data dal senso della dignità e dalla voglia di riscatto. Soprattutto le donne sono molto forti e attive, e hanno talento: sono loro la forza propulsiva del cambiamento di Sao Tomè e Principe e di tutta l’Africa.

 

Giorgio Pagano