RASSEGNA STAMPA - La settimana: I no, i Nobel, i profughi e i loro corpi

07.10.2016 00:13
 
Venerdì 7 ottobre, il Nobel per la Pace è stato assegnato a Juan Manuel Santos, il presidente colombiano "per i suoi risoluti sforzi per giungere alla pace con i guerriglieri delle Farc". Il 2 ottobre, in una giornata elettorale particolare in vari paesi del mondo, il popolo della Colombia ha respinto quell'accordo in un referendum che sembrava invece doverlo confermare.
In quello stesso giorno si votava in Ungheria, nel referendum contro l'accoglienza dei profughi, e in Bosnia per le elezioni amministrative.  


"Il Comitato norvegese ha deciso di assegnare il premio per la pace al presidente colombiano per i suoi sforzi risoluti nel portare a termine la guerra civile lunga 50 anni e che è costata la vita ad almeno 220mila colombiani, oltre ai sei milioni di sfollati", si legge nel comunicato reso noto dal Comitato Nobel la mattina del 7 ottobre. "Il premio - continua - deve essere visto come un omaggio al popolo colombiano che, nonostante grandi difficoltà e abusi, non ha mai perso la speranza di una pace giusta, e a tutte le parti che hanno contribuito al processo di pace. Questo tributo è stato pagato, non da ultimo, ai rappresentanti delle innumerevoli vittime della guerra civile. Il fatto che la maggioranza abbia votato no al referendum, non significa che il processo di pace sia morto: il referendum non ha bocciato il desiderio di pace, ma uno specifico accordo". Il Comitato di Oslo, nel consegnare il Nobel per la Pace a Santos, ha poi aggiunto: "Noi speriamo che il premio gli dia la forza per continuare i i suoi sforzi e che tutte le parti partecipino in modo costruttivo ai negoziati". 

I cittadini colombiani, domenica 2 ottobre avevano detto "no" allo storico accordo di pace raggiunto a fine agosto tra il governo e i guerriglieri delle Farc: un risultato inatteso che ha scioccato il paese e il mondo intero. Vincitore senza ombra di dubbio, ne è uscito l'ex presidente Alvaro Uribe. Su La Stampa, Emiliano Guanella spiega cosa sta dietro questo risultato: non solo motivi politici, non solo la droga, ma a sostenere Uribe e il no c'erano anche i grandi latifondisti contrari alla redistribuzione delle terre prevista negli accordi di pace. Perché ha vinto il no è una domanda alla quale provano a dare una risposta anche Termometro Politico e El Pais tradotto da Internazionale.

In Ungheria, il referendum contro la ricollocazione di profughi prevista dall'Europa non ha inaspettatamente raggiunto il quorum: ma chi è andato a votare ha detto in massa no all'accoglienza (98%) lasciando in mano al presidente un'arma ancora affilata contro Bruxelles. Come ha riassunto brillantemente Politico.eu nell'articolo intitolato "L'Ungheria spedisce alla Ue un messaggio pro-Orban" (in inglese). Di più: molti analisti, anziché parlare di sconfitta, hanno avvertito che il voto ungherese rischia di diventare un moltiplicatore di tanti piccoli e grandi Orban nel Vecchio Continente. Su LaRegioneTicino una lucida riflessione di Erminio Ferrari, su Radio Popolare la filosofa ungherese Agnes Heller.

Infine, in Bosnia Erzegovina gli elettori si sono recati alle urne per le elezioni amministrative e hanno espresso un sostegno ai partiti nazionalisti. E la sinistra ha per la prima volta perso il governo della capitale Sarajevo. Ne ha scritto l'Osservatorio Balcani e Caucaso in un articolo di commento al voto. A Srebrenica, dopo la vittoria di un sindaco serbo, è stato chiesto il riconteggio delle schede, ha raccontato Il Piccolo che come sempre segue con attenzione gli instabili equilibri politici nei Balcani. Una settimana prima, un altro segnale d'allarme era arrivato dai risultati schiaccianti a sostegno di un referendum che divide e riapre scenari di guerra, come raccontato da Andrea Tarquini su Repubblica. 
 

Sono almeno 12.000 i profughi salvati e accolti in Italia, questa settimana. 

Intanto sulle coste italiane arrivavano non solo vivi ma anche cadaveri: solo sulla banchina di Pozzallo ieri c'erano solo le imprese funebri ad attenderne 29, una parte dei corpi recuperati in varie operazioni nel Golfo di Sicilia. Alcuni sono morti per asfissia sulle imbarcazioni stracariche raggiunte dalle pattuglie di soccorso. Tra loro anche una donna di 25 anni incinta di 5 mesi. Nel corso delle operazioni di salvataggio sono anche nati 3 bambini. Nonostante le cronache e i fiumi di parole, nessuno può nemmeno lontanamente immaginare le condizioni in cui su quelle imbarcazioni disperate, uomini donne e bambini sfidino la morte. Il New York Times ha pubblicato le foto del reporter di France-Presse Aris Messinis che ha seguito le operazioni di soccorso: in"Scavalcando i morti sulla nave dei migranti" si vedono le immagini dei corpi senza vita ammassati sul fondo delle imbarcazioni dove i vivi cercano di resistere. Non è giornalismo spettacolo, è cronaca: dura, feroce, cattiva, mortale, come sa esserlo la vita. Internazionale ha rilanciato il servizio e poi a seguire anche altri giornali italiani.

E nonostante questo, l'Europa cerca di rendere quelle vite ancora più difficili: gli sbarchi,come denunciato da Medici senza Frontiere, si fanno sempre più lunghi per via dell'allungamento delle procedure di identificazione, come voluto da Frontex. 

E non aiuta l'umanità in guerra, la politica europea degli accordi di espulsione dei profughi nei loro paesi o in quelli di transito: dopo quello con la Turchia, come sappiamo, è stata la volta del Sudan, poi le strette di mano per gli scambi commerciali con il Presidente dell'Etiopia, infine l'Afghanistan. "La UE firma un accordo per deportare un numero illimitato di richiedenti asilo", titola il The Guardian che nel sommario ricorda i pericoli di queste deportazioni per l'incolumità dei rifugiati.  In cambio, come sempre, viene assicurata "assistenza finanziaria" per riportare nel paese la pace. Ma l'Afghanistan, ancora oggi, è un paese in guerra, come documenta questo reportage di Daniele Castellani Perelli su Repubblica. 


 
 
"Water is money". L'acqua privata è un affare per chi ce l'ha. E infatti la Rosenburg, società che dal 1936 produce manufatti con legno ricavato dalle proprie foreste in California (USA), ha pensato bene di sfruttare appieno anche la fonte di acqua che si trova nella proprietà sul Monte Shasta e a luglio ha deciso di aumentare la tassa dell'acqua per il vicino villaggio di Weed: da 1 dollaro l'anno a 97.500!  Ma in più, la Rosenburg, che sul sito web si vanta di una grande sensibilità nei confronti dell'ambiente, ha fatto sapere al Municipio che nei prossimi mesi non sarà  garantito l'approvvigionamento idrico e anzi ha consigliato di rivolgersi altrove. Cosa se ne vogliano fare dell'acqua negata al paese, non è stato specificato, ma un articolo del New York Times ha rivelato che l'acqua delle foreste Rosenburg già ora viene imbottigliata dalla Crystal Geyser Alpine Spring che distribuisce le proprie bottigliette in paesi lontani come il Giappone.  

 
DWOF! Non sprechiamo il nostro futuro! Quanto sei sostenibile? Clicca qui e fai il nostro test
E sottoscrivi qui la Carta dei giovani e degli enti locali europei contro gli sprechi e per il diritto al cibo
 

La foto 
 
 
Matthew preoccupa gli Stati Uniti e il Presidente Obama ha dichiarato lo stato di emergenza. Intanto l'uragano ha mietuto vittime ad Haiti, si parla di 300 morti ma non ci sono certezze sui numeri. Distrutte case, coltivazioni, ponti fondamentali per il collegamento dei villaggi. 
[Photo Reuters]
 

I numeri
 

1 miliardo di dollari 






 

E' quanto ogni anno lo Zimbabwe perde a causa della diffusa corruzione nel paese una volta chiamato "la Svizzera dell'Africa". Il dato del TIZ (Osservatorio sulla trasparenza e corruzione in Zimbabwe) è peraltro in linea con la classificazione del Transparency International Index che ha lo Zim al 150imo posto su 168. Intanto il 6 ottobre il Presidente-padrone Robert Mugabe ha inaugurato la nuova sede del parlamento: è costata 46 milioni di dollari ed è stata pagata interamente dalla Cina.
 

L'evidenziatore
 
Dal 5 ottobre al Museo Maxxi di Roma "Nome in Codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura".  Una mostra fotografica forte, con la documentazione dei crimini contro l'umanità commessi dal regime siriano nelle carceri, tra il 2011 e il 2013. Caesar era il nome in codice di un agente siriano incaricato di fotografare le torture e la morte dei detenuti politici. La mostra è voluta e promossa da Fnsi, Amnesty International Italia, Focsiv - Volontari nel mondo, Un ponte per, Unimed - Unione delle università del mediterraneo e Articolo21. Radio Radicale ha filmato la conferenza stampa di presentazione, dove si sono susseguiti i racconti di giornalisti e studiosi. Qui il video della conferenza stampa. 

Dal 6 ottobre nelle sale cinematografiche, "Domani", documentario degli effetti nefasti delle nostre quotidiane azioni. Regia di Cyril Dion e Mèlanie Laurent tra coltivazioni urbane, telefonini che producono anidride carbonica, fonti rinnovabili ed energia "sottratta" dai videogames alla sopravvivenza altrui. La recensione di  Valori.

Dall'8 al 30 ottobre a Lodi la settima edizione del "Festival della fotografia Etica". La violenza nelle favelas brasiliane, l'acqua inquinata dagli oleodotti nel nord della Russia, la violenza estrema vissuta nel quotidiano in Honduras: sono alcune tra le mostre visitabili nei quattro fine settimana di ottobre a partire da questo. Tutti i dettagli del Festival.