ASVIS - QUESTA SETTIMANA: Dobbiamo definire meglio la sostenibilità economica del “futuro sostenibile”

28.11.2020 15:50

Quale sistema globale consentirà di raggiungere i nostri obiettivi di salvaguardia del capitale sociale, umano e ambientale del Pianeta? Quale ruolo per lo Stato e per le imprese? Come vincere lo scetticismo di tanti giovani?


di Donato Speroni

 

Come avete fatto a combinare questo casino? E perché ve ne siete accorti così tardi?

Magari con toni più gentili e apparentemente più rispettosi, ma quando in un webinar, incontriamo un gruppo di giovani per descrivere la situazione attuale e la necessità di costruire quel futuro di cui l’Agenda 2030 è il primo passo, alla fine questa domanda viene fuori. “Voi adulti ci dipingete una situazione molto difficile per il Pianeta e per il futuro dell’umanità; ci parlate di impegni che ci devono coinvolgere per portare il mondo su un sentiero di sviluppo sostenibile. Noi stiamo già facendo la nostra parte, scendendo in piazza con Greta Thunberg, documentandoci sui problemi e parlandone sui social, magari anche modificando i nostri comportamenti sbagliati e facendoli cambiare alle nostre famiglie; ma ci volete dire come mai siamo a questo punto? Non ve ne siete accorti prima? E perché non avete reagito?”.

Quando questa domanda capita a me, cerco di rispondere che certamente la mia generazione ha commesso errori. Anche se il monito del Club di Roma sui limiti dello sviluppo fu lanciato nel 1972 e da allora si sono succeduti studi e riunioni internazionali che man mano delineavano le minacce alle quali andavamo incontro, quasi tutti noi, me compreso, non abbiamo messo queste minacce al centro delle nostre preoccupazioni e delle nostre scelte collettive. Eravamo troppo coinvolti nei rischi della Guerra fredda e dell’olocausto nucleare, poi troppo speranzosi che con il crollo dell’Urss si potesse arrivare alla “fine della Storia”, cioè a un periodo di pace e prosperità per tutti, troppo fiduciosi nei meccanismi del mercato e nei progressi della tecnologia che avrebbero risolto i problemi del futuro.

E i politici?

Erano condizionati dagli atteggiamenti dell’elettorato. Qualcuno era apertamente negazionista sul cambiamento climatico o comunque non lo considerava un problema prioritario; molti pensavano che i drammi del sottosviluppo si sarebbero risolti da soli, con un po’ di aiuto da parte dei Paesi ricchi. In ogni caso era molto difficile affrontare questi temi di medio e lungo termine senza andare a toccare molti interessi e perdere voti.

Insomma, i problemi finivano sempre sotto il tappeto. Quando nel 2012 con Gianluca Comin scrissi per Rizzoli “2030 La tempesta perfetta – Come sopravvivere alla grande crisi”, che era una raccolta di dati e allarmi che avrebbero dovuto indurci a cambiare le nostre priorità, partecipammo a numerosi dibattiti, fummo accolti con simpatia e interesse, ma in sostanza (almeno io, non so Gianluca) ci sentimmo come dei marziani che sorprendevano l’uditorio “parlando d’altro” rispetto ai temi d’interesse generale. Da allora per fortuna tutto è cambiato, con il varo dell’Agenda 2030, l’impegno delle nazioni del mondo sui 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, ma purtroppo il contesto si è fatto molto più difficile, la tempesta perfetta sempre più vicina.

Abbiamo capito, siete stati disattenti; i politici sono stati poco coraggiosi. Ma i grandi interessi? Che ci dite del ruolo delle imprese, in particolare delle multinazionali, di tutti quelli che avevano il potere di “remare contro” e l’hanno fatto?

Qui si entra nella parte più difficile del dialogo, quella che di solito viene accolta con più scetticismo. Certamente c’è stata una coalizione di operatori economici che cercavano di frenare la transizione, come i produttori di carbone che finanziavano Donald Trump o alcune società petrolifere che facevano il “doppio gioco”, dichiarandosi sempre più verdi nelle intenzioni, ma cercando di valorizzare al massimo i loro giacimenti. Allo stesso modo, ci sono grandi imprese che si presentano con un volto attento ai grandi temi sociali, ma per anni hanno chiuso un occhio sullo sfruttamento della manodopera, magari anche del child labor, per le loro produzioni dislocate in Asia. Spiego però che il quadro è molto più complesso.

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