ORA TOCCA AI LAVORATORI E AI CETI POPOLARI

14.04.2026 09:34

 

“Un’intera civiltà morirà stanotte”. Una frase terribile, quella di Trump, che ricorda le grandi tragedie del Novecento. Quella notte ho cercato di lavorare, ma con gli occhi sui siti online, fino alla notizia che le minacce genocidarie lanciate si erano rivelate il ruggito isterico di un leone in un cul de sac. Ma certamente non possiamo stare tranquilli. La tregua è fragile e non è la pace.

Come a Gaza, una realtà ormai scomparsa dalle cronache, dove nessuna delle promesse di miglioramento della vita dei gazawi è stata rispettata: dopo la tregua sono state uccise 733 persone e 1.913 sono rimaste ferite, la popolazione deve ancora affrontare carenze di acqua, cibo, elettricità, accesso alle cure sanitarie e la ricostruzione non è neppure cominciata. Mentre in Cisgiordania Israele va avanti con la colonizzazione e festeggia l’introduzione della pena di morte per i palestinesi, portando a compimento quel percorso di disumanizzazione e di dominio totale dei loro corpi, già da anni sottoposti sistematicamente alla tortura.

In Iran la tregua è fragile perché Israele continua a uccidere i libanesi. E perché la pace, in Palestina come in Iran, non può essere ciò che Stati Uniti e Israele perseguono: una pacificazione coloniale, un sistema in cui i popoli indigeni accettino una sottomissione incondizionata. La vicenda palestinese e quella iraniana hanno dimostrato che i popoli non vogliono la colonizzazione. Le loro leadership hanno mille difetti, ma interpretano comunque il no alla colonizzazione. In Arabia Saudita la leadership ha anch’essa mille difetti, ma agli occidentali piace perché è favorevole alla colonizzazione: il suo popolo però non lo è, e la leadership saudita non può non tenerne conto. Tutti i popoli sono contro la colonizzazione: finché non lo si capirà non ci sarà la pace.

Il dramma è che pochi, ricchissimi “padroni del mondo”, non controllati da nessuno o quasi perché le “democrazie” nei loro Paesi si stanno sfarinando e sono sempre più autoritarie, vogliono la guerra, la colonizzazione, il riarmo. Ma, come nel Novecento, le tragedie possono essere fermate, nel nome della pace, del riscatto e dell’emancipazione dei popoli, della costruzione di libertà nuove e collettive.

Chi può farlo?

Ci sono alcune potenze politiche più sagge. La leadership cinese non piace agli occidentali: avrà anch’essa mille difetti, ma sta lavorando con i fatti per la pace e per la cooperazione tra i popoli.

C’è poi un’altra potenza, quella spirituale del Papa: Leone XIV non è tagliente come il suo predecessore, ma ripete sempre quello che diceva Francesco, richiamando il vecchio Dio contro ogni nuova guerra.

Ci sono, soprattutto, i popoli che resistono al dominio imperiale. Ovunque, e nonostante tutto: anche a Cuba.

L’Unione europea, invece, è ancora una volta scomparsa. La Von der Leyen ha detto al Pakistan – e quindi alla Cina – “grazie per la mediazione”. Ma non poteva proporla lei? Stiamo armando 27 eserciti costosi e inefficienti di 27 Paesi e non stiamo facendo nulla per la difesa europea. Stiamo armando la Nato ma non sappiamo più a cosa serva, se non a svenarci per sostenere le guerre coloniali di Trump, come egli stesso ci ricorda un giorno sì e l’altro pure. Dovremmo invece prendere atto che non abbiamo nemici e che dobbiamo dialogare con tutti, perché un ordine mondiale è finito e bisogna fare il possibile perché se ne trovi un altro evitando che la situazione precipiti in un conflitto atomico.

E l’Italia?

Sul piano sociale, i giovani sono usciti dal silenzio. Li volevano schiavi degli algoritmi e indottrinati dalle stupidaggini di Fedez e invece si sono rivelati una generazione consapevole, per la quale la testa continua a essere la cosa fondamentale con cui difendersi.

Ora tocca ai lavoratori e ai ceti popolari. Dopo anni di deindustrializzazione e di bassi salari, la guerra e il riarmo stanno portando a un aggravamento della questione sociale: maggiori costi dell’energia, inflazione, recessione. Verranno periodi duri, in cui l’austerità bellicista colpirà ancora di più la base produttiva, l’occupazione, i salari, le pensioni. Non ci si illuda sul riarmo: è una bolla finanziaria che fa salire il prezzo dei titoli delle industrie legate al settore degli armamenti, di proprietà degli Stati e dei “padroni del mondo”, ma è poco consistente dal punto di vista industriale, non è la strada della ripresa economica, tanto più per l’Italia. E’ alle viste l’ennesima risposta neoliberista, questa volta in salsa bellicista, che premierà le grandi ricchezze e farà pagare il conto ai lavoratori a ai ceti popolari. Le conseguenze economiche della guerra

mondiale a pezzi li stanno già ridestando dall’incantamento, perché vedono i loro diritti annichiliti. Ora tocca davvero a loro.

Sul piano politico, la destra, a giudicare da quello che abbiamo visto fin qui, non è in grado di contribuire a un nuovo equilibrio, né internazionale né sociale. Giorgia Meloni non abbandona la scelta di fondo di assecondare le tendenze promosse da Trump e da Netanyahu: di fronte alla guerra ha commesso il gravissimo errore di quel “non condivido e non condanno”, che ha condannato lei all’irrilevanza come presunta “statista”. Il ponte che Meloni intende creare in modo “testardamente unitario” tra le due sponde dell’oceano, è già stato sabotato da milioni di schede. In tanti hanno gettato nell’urna l’indignazione dinanzi a un servilismo assai poco patriottico, che non ha voluto vedere lo sterminio dei popoli da colonizzare.

Né la Meloni ha saputo invertire la tendenza alla svalorizzazione del lavoro: il 30% dei lavoratori dipendenti privati ha salari così bassi da essere collocati tra gli working poor, condizione che incide maggiormente sulla popolazione giovanile e femminile. Circa la difesa della base produttiva, basta girare un po’ l’Italia e sentire cosa si dice, ovunque, del ministro Urso. Mentre il Green Deal e la transizione energetica sono state messe nel cassetto.

La sinistra deve proporre una visione alternativa, senza limitarsi a versioni soft delle stesse politiche della destra su lavoro, energia, scuola, sanità. E deve avere una politica internazionale coerente: alla Sanchez. Deve occuparsi della pace in un nuovo e più giusto ordine internazionale, della riforma di un’Unione europea che è diventata avversaria dell’Europa, del superamento della Nato, delle pressioni efficaci su Israele, anziché delle primarie. E non deve rinserrarsi nei partiti, ma aprire un grande confronto con sindacati, associazioni, comitati, riconnettendosi con i giovani, i lavoratori e i ceti popolari: un popolo che chiede una sinistra di popolo, coerentemente alternativa.

 

Post scriptum

Le foto dell’articolo di oggi mi sono state inviate nel gennaio 2026 da Mostafa Alkharouf. Sono state scattate nel villaggio di Silwan, a Gerusalemme Est, a sud est della Moschea di Al-Aqsa, dove gli israeliani cercano di cacciare e sfrattare i palestinesi.

 

Giorgio Pagano

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